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blur-under-the-westwayA ventun’anni dal primo album, lo possiamo dire: i Blur fanno parte dell’Olimpo della storia della Musica Britannica.
Apparentemente lo hanno capito gli stessi membri della band, dando alle stampe un megacofanetto antologico uscito a fine Luglio (Blur 21), e la crema del loro mondo: hanno infatti suonato alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi londinesi, ed intascato agli ultimi Brit Awards un premio speciale per l’”Outstanding Contribution to Music”.
Mica male, no? Hanno inoltre recuperato da tempo il figliol prodigo Graham Coxon, titolare della sei corde dei Blur da sempre.

Proprio i Brit Awards sono stati la cornice di presentazione per le ultime creazioni del gruppo, per ora raccolte solo in un doppio lato-A (Mr. Albarn ha stoppato il tentativo di album nascente): The Puritan e Under The Westway.

Quest’ultima sta ottenendo ottimi passaggi sulle Mtv e affini di tutto il globo, carica com’è di forza emotiva.
L’intro alla Bauhaus, con pozzi oscuri di delay rumoristici, lascia spazio ad una ballatona malinconica e nostalgica, con un evidente occhio all’infanzia dei quattro, scossa ogni tanto dal battere forte e solenne dei timpani.
La voce di Damon Albarn, conosciuta anche in altri contesti decisamente più strani e scanzonati, si spoglia della spocchia e della follia sperimentale per avvolgersi di dolcezza e sincerità, sorretta addirittura da un punteggiare di cori cristallini.
La chiusura è soft e d’impatto al tempo stesso, con lo spegnersi della melodia sulle note più gravi del pianoforte.

Pare scontato dire che Under The Westway sia fuori dalle mode del momento: i Blur se ne sono sempre altamente fregati (semmai le mode le hanno dettate, leggasi Britpop) ed evidentemente continuano a farlo.
Semplicemente, producono musica che li rappresenti al meglio in ognuna delle loro età, anagrafiche e discografiche.

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