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Poi, diventano grandi. Il maggiore, sedici anni, è oltre il metro e ottanta. Mi guarda dall'alto in basso, il che mi inorgoglisce e insieme quasi mi irrita. Ma questo sarebbe il minore dei problemi. Il fatto è che non parla. Torna a casa alle sei, fa un passo in ingresso e si infila in studio davanti al computer.
Ti affacci: "come va ?." Mmmmh", bofonchia, senza voltarsi. Tutto bene a scuola? " Ummgrr", replica, laconico, a scoraggiare ogni tentativo di conversazione.
Per via di questi versi inarticolati abbiamo preso, in casa, a chiamarlo Hulk. Mi sono preoccupata, ho chiesto ai professori: ma a scuola parla? Mi dicono di si. Vedo d'altronde che ha una intensa vita sociale, feste, cinema, gite in montagna, cosa di cui mi rallegro, e da cui deduco che diventi muto solo a casa. Esce dal suo antro per rapide sortite dirette al frigorifero. Lo apre, borbotta che non c'e nulla di buono da mangiare, arraffa del salame e si ri-imbuca nella sua stanza. Ne emerge, non senza ripetuti solleciti, per la cena.
Mangia, grazie a Dio, l'appetito non gli manca. Poi sparisce di nuovo. Alle otto e mezza di sera sintonizza la tv su un certo canale di sky dove si parla di motori, scappamenti, sospensioni, di rodaggi a 180 all'ora nel fango. Non si potrebbe vedere il tg?, domando."Uuhmmmfff", risponde dal divano su cui si è spalmato.
Saranno tutti così a sedici anni? Cosa abbiamo sbagliato? E cosa ci sarà dietro a quel mutismo ostinato? Ho pensato anche, visto che non riesco a parlargli, di scrivergli. Una email,? Una lettera? Poi non ne ho fatto niente. L'unico escamotage che ho saputo trovare è sfruttare il suo grande amore per Tigre, dei gatti di casa la più intrattabile.
Lui la adora (sarà per una affinità di carattere?). Il trucco consiste nel presentarmi nel suo antro con la ferocissima Tigre in braccio. Allora mio figlio si intenerisce, chiede (al gatto) come sta, pronuncia perfino qualche parola umana. Il gatto insomma è un lasciapassare che apre le porte della ritrosia adolescenziale del figlio. L'inconveniente è che Tigre è molto irritabile. Ho le braccia segnate dai suoi artigli. Strano ragazzo. Lo diresti insensibile a chi gli sta attorno. Poi scopri che in Avvento è andato dalla nonna, a farle il presepe. O che è entrato a far parte del coro alpino della scuola. "Ho la voce da basso", comunica brevemente, con un'ombra di orgoglio. Suo nonno, alpino, nella sacca del Don, medaglia d'argento, sarebbe contento.
Ha cominciato a suonare la chitarra. Suona, suona dalla sua stanza con la porta chiusa. Echi di Battisti, Dylan e Guccini, e ti commuove sentire le canzoni di quando eri ragazza cantate da tuo figlio. Gliene segnali qualcuna che non sa. Lui, in cambio, senza dire niente, ti fa un cd delle sue canzoni preferite, da sentire in macchina. C'è di tutto: ballate malinconiche e punk acido e il canone di Pachebell. Sembra un autoritratto, A scuola passa dal 9 al 4 con una media faticosa del 6. In compenso, va a messa, la quale cosa, di questi tempi, stupisce. Lo osservo nei suoi fuggevoli passaggi in soggiorno o in cucina. Pallido, timido, sembra sempre assorto in qualcosa.. Chissà in che cosa. Una ragazza? Certamente è l'ultima domanda che posso fargli.
Eppure vorrei dirgli, in quella lettera che non scriverò mai, che dei miei sedici anni io mi ricordo molto bene, e non erano tanto diversi dai suoi, Quel crescere rapido dell'adolescenza, quel ritrovarsi in pochi mesi con un corpo diverso; e gli altri, che non ti trattano più da bambino, ma nemmeno da uomo. Quelle malinconie per l'infanzia che, te ne accorgi di colpo, è finita; e lo stupore e l'ansia per una vita che aspetti, e che non sai. Le amicizie forti con solo uno o due compagni: gli unici che capiscono. Perché gli adulti, a sedici anni è chiaro, sono altro mondo da te, e non gli si può parlare: tanto lontano, perduto nel giurassico, è il tempo in cui erano ragazzi loro. E, addosso, ti ricordi, quella confusa speranza, e quella sottile paura di non sai bene cosa. Il sapere, infine di dovere staccarti dai tuoi, e andare per la tua strada.
Io mi ricordo quel gran lavorio di pensieri e di attesa, la sera, quando mi addormentavo sentendo le canzoni di Dylan, in camera mia. Le sento adesso, a sera, dalla chitarra di mio figlio, struggenti e dolci come allora. Hulk, il muto, lo straniero, è solo uno che ha sedici anni come li hai avuti tu. E piano, pensosamente ne dipana la matassa arruffata.. ( dal mensile di vita familiare NOI GENITORI E FIGLI )
TINO B.
Tino vi invita all'ascolto della Pagina della Famiglia, un punto di incontro su temi di attualità che coinvolgono direttamente o indirettamente la sfera famigliare. Ogni lunedì alle ore 8,15 E-mail
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